S.I.A.E.C.M. - Progetto per la Cultura della Sicurezza sul Posto di Lavoro 

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SIAECM Salute e Sicurezza sul Lavoro -  Intervista esclusiva

COMPRENDERE MEGLIO I CONCETTI
DI PERICOLO E RISCHIO

La “cultura della sicurezza”

nasce dalla prevenzione


Come battere l'idea che si possa morire di lavoro

di Carlo DURANTE *

SIAECM per il Progetto Cultura della Sicurezza intervista Carlo DURANTE

E' un'immagine "storica: operai americani sospesi nel vuoto in una pausa del lavoro di costruzione di un grattacielo.
E' un esempio della tragica accettazione dell'idea che di lavoro si possa anche morire

 Alcuni numeri per entrare rapidamente nel cuore del problema e comprendere subito di cosa si sta parlando.

Sulla base dei dati che correntemente pervengono da diverse fonti, oltre due milioni ogni anno sono le morti conseguenti a malattie ed incidenti sul lavoro e si stima che oltre 270 milioni siano complessivamente gli infortuni, ai diversi livelli di gravità, e 160 milioni coloro che soffrono di malattie contratte sul lavoro.

Alcuni numeri per entrare rapidamente nel cuore del problema e comprendere subito di cosa si sta parlando

Ogni anno, nel mondo.

Il solo costo economico derivante dagli indennizzi, dal tempo di attività perso, dalle interruzioni nel ciclo produttivo e dalle spese mediche è valutato globalmente pari a circa il 4 per cento del PIL di tutti i Paesi del mondo.
Questi quattro dati in sequenza fanno capire che stiamo parlando di cifre astronomiche dell’ordine di migliaia di miliardi di euro. E ci fanno capire la portata dei due aspetti – quello umano e quello economico – di un medesimo problema: la sicurezza sul lavoro.
In Italia, dati e cronache indicano incidenti mortali in crescita, forse un lieve calo negli infortuni, ma un loro forte aumento tra i nuovi lavoratori, soprattutto immigrati e precari italiani, dove il lavoro nero senza contributi e sicurezza, caratterizzato spesso dall’assenza di una pur minima preparazione tecnica, è associato alla diffusa totale ignoranza delle norme preventive e previdenziali, dove l’essere disponibili a tutto rappresenta la base culturale di una nuova moderna forma di schiavismo.
La globalizzazione e la crescente competitività sono probabilmente aspetti recenti che aggravano il problema e quindi l’insorgere degli infortuni e delle malattie sul lavoro. Il forte processo di accelerazione e liberalizzazione degli scambi commerciali e la più ampia diffusione di tecnologie più moderne comportano nuovi modelli di organizzazione del lavoro, a cui spesso si associano nuove occasioni di esposizione ai rischi di infortunio e di malattia.
E’ certamente vero che per alcuni paesi i processi sopra ricordati portano ad uno sviluppo della forza lavoro, che è non solo quali-quantitativo, ma anche di sostanziale miglioramento delle condizioni di sicurezza e di salute dell’ambiente lavorativo. Ma è anche vero che in altri paesi del mondo, e sono la maggior parte, questi aspetti generano effetti contrari e perversi che, uniti alla precarietà del lavoro, si trasformano in potenti destabilizzatori della sicurezza sociale, potenziandone le conseguenze negative.
Mentre le grandi imprese multinazionali tendono infatti ad organizzarsi concentrandosi in luoghi e settori specifici per fungere da traino dell’economia mondiale, le piccole e medie imprese si confermano dappertutto il motore delle economie locali e principali luoghi di impiego della forza lavoro. Ma le prime, per soddisfare quella esigenza di flessibilità che la globalizzazione impone, tendono ad esternalizzare molte delle loro attività, contribuendo alla moltiplicazione di piccole e piccolissime imprese, oltre che di singoli imprenditori autonomi.

“Essere più attenti alla prevenzione
ed alla valutazione a priori del rischio”

SIAECM per il Progetto Cultura della Sicurezza intervista Carlo DURANTE

Ora, tutti noi sappiamo, avendone diretta percezione, che i rischi a cui si assoggetta questa tipologia di impresa sono ben più numerosi rispetto a quelli della grande impresa, sia per risorse e capacità tecniche più limitate, che soprattutto per una diffusa ignoranza di norme in materia di salute e sicurezza, oltre che per una frequente incapacità di conciliare la loro applicazione con l’efficienza del processo produttivo. Troppo spesso, infatti, adeguate condizioni di lavoro a tutela della salute e della sicurezza dell’ambiente lavorativo vengono compromesse da una valutazione dei costi immediati che inciderebbero negativamente sui profitti e si scaricherebbero sulla apparente efficienza del sistema di produzione.

 E’ inoltre sotto gli occhi di tutti che la diffusione della flessibilità è avvenuta prevalentemente in presenza di poche e deboli regole, e talvolta anche in assenza di regole.
In altri termini, la portata ed il campo di applicazione delle norme riguardanti la sicurezza sul lavoro sono in continua evoluzione ed appare chiara l’esigenza di un orientamento più attento verso la prevenzione e la valutazione a priori del rischio, mettendo in campo non solo le responsabilità collettive in materia di sicurezza e salute, ma anche ruoli, diritti e responsabilità dei lavoratori e dei loro rappresentanti con la definizione degli ambiti della necessaria collaborazione.

“Lavorare per una cultura
della sicurezza sul lavoro”

Uno degli aspetti centrali di questa nuova impostazione è l’esigenza di creare una più profonda sensibilità verso l’importanza della sicurezza e di pretendere scelte politiche nette per una applicazione efficace e senza sconti di modelli di comportamento e sistemi di sicurezza di validità non oppugnabile ed in grado di produrre effetti significativi. Il miglioramento della salute e della sicurezza sul lavoro esige cioè una partecipazione co-rale della società nel suo insieme, perché tutti gli strumenti che si possono pensare rispondono comunque a convinzioni, valori, attitudini e comportamenti fortemente influenzati dalla cultura corrente.

Ecco il punto: lavorare per una cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, che sia una cultura dove salute e sicurezza vengano valutate in termini di prevenzione, dove il diritto ad un ambiente di lavoro sicuro sia rispettato a tutti i livelli, da chi dirige come da chi lavora, e dove tutti si impegnino ad assicurarne il raggiungimento tramite un sistema di diritti, di responsabilità e di doveri ben definito. Dove tutti concorrano ad ali-mentare una coscienza generale, una conoscenza ed una migliore comprensione dei concetti di pericolo e di rischio e del modo per prevenirli e reprimerli. Un valore sociale che deve trovare una generale e convinta condivisione, che non affida la vita di chi lavora alle sole leggi del mercato e che non coltiva disuguaglianze sempre più incolmabili.
E’ evidente che una cultura della sicurezza non può prevedere una formula applicativa ben definita, ovunque realizzabile, ma rappresenta un approccio che si fonda su un insieme di comportamenti e di pratiche comuni di miglioramento e di progresso. Che si avvale, ad esempio in azienda, di una direzione molto determinata e di un impegno indiscutibile nell’applicazione di norme di sicurezza di livello elevato, corredate da strumenti dissuasivi forti, in altri termini di un controllo continuo e di sanzioni incisive; che si fonda su di una responsabilità condivisa e mai attribuita a singole persone; e poi, al verificarsi di incidenti od infortuni, che si manifesta in un atteggiamento convinto di presa in carico collettiva degli insegnamenti che ne derivano, superando la frequente tendenza ad attribuirne la responsabilità a singoli individui.

“Come contribuire a respingere l’idea
che sia possibile morire di lavoro”

La cultura della sicurezza, in questi termini, riguarda numerosi aspetti della vita di lavoro – l’impiego vero e proprio, la formazione, la dimen-sione economica e commerciale, l’organizzazione anche logistica, la salute pubblica in generale – e quindi numerosi sono oggi gli organismi che se ne occupano. Ma deve anche prendersi atto che certi ambienti di lavoro ed anche certi lavoratori, in particolare quelli impiegati nell’economia informale, le donne, i bambini, sono più difficili da sensibilizzare e da influenzare con i mezzi classici e più formali. In questi casi appare evidente che occorre creare alleanze con più soggetti, magari quelli istituzionalmente dedicati alla creazione di imprese ed alla fornitura di lavoro, per aumentare i canali e le modalità di informazione e soprattutto consentire la più ampia conoscenza del problema rispetto a quella raggiungibile attraverso le strade più comuni.
I media, la televisione, la radio a livello locale e nazionale, senza trascurare la diffusione di dati statistici che hanno la loro indiscutibile eloquenza, possono rivelarsi strumenti di grande impatto e straordinaria efficacia nella sensibilizzazione di ampie parti della società civile. Strumenti che con maggiore profitto possono essere associati ad altre campagne a livello più locale o nazionale, con il fine specifico di contribuire a respingere l’idea che si possa morire di lavoro e che si possano subire conseguenze permanenti o temporanee a causa della propria attività quotidiana.
Per consentire soprattutto al lavoro di rappresentare uno strumento di realizzazione della persona e non una condanna, e di essere sempre asssociato ad un convinto ed unanime rispetto della dignità umana.


* Ingegnere, membro
del Centro Studi di S.I.A.E.C.M.





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